Negli ultimi mesi va riproponendosi con forte drammaticità il problema della sicurezza nel nostro Paese. Per noi cittadini meridionali, in particolar modo residenti in una delle province più complesse del Mezzogiorno, la questione risulta poi particolarmente delicata, soprattutto se si tiene presente che il sentimento di insicurezza e di sfiducia tende a rafforzarsi non solo per via dell’altissima frequenza dei comuni reati, ma anche per quelle condotte criminali che in altre regioni sono difficilmente percepibili, e che da noi generano un intenso allarme sociale: è il caso, ormai di rilevanza internazionale, legato alla questione rifiuti e ai crimini annessi.
Ma quale può essere la soluzione ad un problema così grave? Quali proposte potrebbe avanzare il Partito Democratico, per risolvere o quantomeno ridimensionare la “questione sicurezza”, da troppo tempo vista come problematica di scarso interesse dai partiti di centro-sinistra e di quasi esclusiva competenza destrorsa? Problematica che in realtà andrebbe affrontata con ugual vigore anche dal nostro lato della barricata, tenendo presente che si tratta di questione trasversale dai notevolissimi risvolti sociali, in grado di incidere e scuotere le coscienze di intere fasce di popolazione e di determinare ( vedi anche a Roma ) e stravolgere anche esiti elettorali dati per scontati.
Ebbene, probabilmente in occasione dell’ultimo Consiglio dei Ministri, tenutosi a Napoli, che tra le varie misure ha dato il là all’introduzione nel nostro ordinamento del reato di “clandestinità”, si è persa una buona occasione per proporre qualcosa di costruttivo e realmente efficace. Un qualcosa che dovrebbe andare a risolvere il problema vero della sicurezza in Italia e che recentemente Antonio Manganelli ( Capo della polizia ) ha stigmatizzato nella sua relazione alla Commissione Affari e Giustizia del Senato: l’esigenza di maggiore sicurezza non va affrontata attraverso una militarizzazione del territorio o attraverso una imposizione di pene più severe e lunghe, bensì evitando quell’ “indulto quotidiano”, che si consuma nel vergognoso affronto al principio della “certezza della pena” a cui il nostro sistema processual-penalistico ci ha abituato.
In un recente seminario svoltosi presso
Opportuno sarebbe riflettere sulla complessità del processo; sui meccanismi procedurali che tendono a permettere non la difesa dell’indagato “nel” processo, bensì la difesa dello stesso “dal” processo. Si pensi poi ai perversi meccanismi della prescrizione e dunque al frequente verificarsi della stessa per via degli interminabili tempi processuali. Si pensi a quegli strumenti iper-garantistici che, ben strumentalizzati, più che costituire esplicazione del diritto di difesa del cittadino, permettono a quest’ultimo di sottrarsi al normale incedere della giustizia stessa. E ancora si pensi all’esigenza di migliorare gli organici dei tribunali, delle Corti, per garantire una maggiore celerità delle singole fasi processuali; destinare maggiori risorse alle strutture giurisdizionali, favorendo una massiccia informatizzazione del processo.
E’ su queste problematiche che anche il Partito Democratico dovrebbe soffermarsi, assumendo così un ruolo propositivo rispetto alla questione sicurezza che tanto interessa i nostri cittadini e la loro quotidianità, differenziandosi dalle altre forze politiche che non riuscendo a fare altro, si limitano a proporre di imbracciare fucili e ad introdurre fattispecie criminali nuove, di dubbia costituzionalità, che ci screditano in sede comunitaria e che difficilmente poi possono concretamente essere perseguite.